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Parlando con Federico ho riscoperto che i gesti, l’espressione
del volto e degli occhi, la mimica, il tono della voce,
il ritmo della frase, le accentuazioni sonore e le pause sono
più importanti delle parole.
Il messaggio puramente verbale, se denudato, privo del flusso
gestuale e sonoro in cui vive, non viene capito.
E’ un’esperienza forte per chi, come me, ha fatto della parola
scritta o “detta” una specie di idolo. Gli occhi, il tono
(secco, aspro, oppure lieve, affettuoso) e la forza tranquilla
di chi parla sono le cose che più contano per Federico:
il messaggio, allora, è perfettamente compreso.
Quando c’è anche una sola punta di irritazione, il messaggio
stenta a entrare, si deforma o addirittura è respinto.
E’ una riscoperta, dicevo, perché ero giunto alle stesse conclusioni
quando Paolo e Franco erano piccoli.
Poi il tempo come un’alluvione, aveva nascosto tutto.
Un’altra cosa ho ritrovato: la virtù del silenzio, o del parlare
sottovoce. In un ambiente tranquillo il piccolo è molto più autentico,
pensa e parla di più. Nel rumore o nella confusione si appiattisce in
comportamenti stereotipi e ripetitivi. Da non confondersi ovviamente con
il gioco, anche strillato, di un gruppo di bambini della stessa età: “casino”
creativo, e comunque ludico e liberatorio.
tratto da:
Nonno cosa c’è dopo il mondo? – il diario di un nonno alla scoperta dei nipoti
di Giorgio Tosi
Edizioni Marsilio
Testi, tracce e indicazioni per esplorare i territori della vecchiaia nelle
sue tante e differenti sfaccettature.
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